Piani Sonori Con Studio One Pro – parte 1

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Piani Sonori Con Studio One Pro – parte 1

Nelle produzioni moderne, specialmente quelle che vengono realizzate nel puro dominio digitale e cioè in the box (ITB – all’interno del solo ambiente DAW da cui sono state generate), spesso per ovviare sia a sensibili “carenze” di hardware adeguato e costoso (outboard), sia di tempo siamo costretti sempre più spesso a ricorrere a tecniche di layering dei timbri (letteralmente, stratificazione).
Adottare questa strategia può rivelarsi molto efficace sia in sede di pre-produzione, sia in sede di mixing vero e proprio. Va detto, altresì, che un suo impiego eccessivo comporta però alcuni “effetti indesiderati” e necessita quindi di qualche accorgimento.

In effetti se costruire piani sonori articolati da un lato può migliorare il senso dell’intelligibilità degli elementi musicali che stiamo impiegando (specialmente se sono molti!), dall’altro può comportare notevoli rischi in termini di fase. Questa procedura, se gestita con troppa superficialità, può introdurre modulazioni ed effetti di detuning non voluti, risultando per lo più sgraditi al nostro ascolto.

Man mano che aggiungiamo nuovi timbri ad un progetto, infatti la somma delle fasi delle onde sonore può essere compromessa al punto di stravolgere il concetto musicale che, al contrario, vorremmo evidenziare.

Se non poniamo la giusta attenzione a tutto ciò che compone il mix, alla fine del nostro procedimento potrebbero prodursi artefatti indesiderati e annullamenti di fase altrettanto fastidiosi.

Mi spiego meglio. E’ possibile che ci si trovi, ad esempio, nella necessità di dover registrare una sessione di chitarra all’interno di una song. Per esigenze di tempo, spesso capita di doverlo fare semplicemente attraversando un buon preamplificatore, per poi gestirne il timbro e la colorazione successivamente, magari utilizzando uno dei tantissimi cabinet emulator che il mercato offre.

Questo processo può rivelarsi un’arma a doppio taglio, perché se da un lato ci offre la seria possibilità di ritardare la chiusura della sessione a nostro piacimento, cioè finché non saremo pienamente soddisfatti ed appagati dalla nostra performance – perfect take, dall’altro impone a non distrarci dal mood della song, senza deviare l’intenzione di base che dovrà caratterizzare la chitarra che andremo ad eseguire.

Tutto questo dovrà rimanere coerente con i timbri che avremo scelto nel nostro emulatore. Non di meno dovremo prestare attenzione alla risultante delle onde che comporranno la sommatoria di tutte le nostre tracce di chitarra (di norma un BUS), poiché il rischio di incappare in errori di mix non voluti è dietro l’angolo.

Fortunatamente Studio One ci viene incontro! Il suo arsenale di plug-in ci riserva infatti un cabinet emulator di tutto rispetto, particolarmente accurato e flessibile: Ampire XT. Parimenti sono i tool di editing e zooming messi a disposizione all’interno della DAW. L’interfaccia di Ampire XT offre 2 stadi di pre-amplificazione ben evidenti e separati dalla GUI, che li identifica con le lettere A e B. Totalmente indipendenti, consentono all’interno del plug-in stesso un primo approccio al processo di separazione delle frequenze.

Le combinazioni di re-amping sono davvero infinite, poiché creatività e tecnica danno vita a sonorità uniche ed inimmaginabili. La sezione effetti di Ampire fa il resto. Parleremo approfonditamente di questo plug-in in un prossimo post.

Ciò detto, annotiamo come il processo di layering possa coadiuvare davvero le produzioni più avanzate e complesse, poiché in poco tempo consente a performer e produttore di proporre anche il medesimo take, impiegando però timbri complementari, cioè con sonorità singolari che sfruttino porzioni diverse dello spettro sonoro. Questo processo rende il timbro ultimo dello strumento trattato generalmente molto denso, ricco di armoniche e di assoluto impatto, specialmente se considerato il suo posizionamento nel panorama stereofonico della song.

Una tecnica molto impiegata in tal senso (anche dai più grandi!) è conosciuta col nome di frequency shifting, che in inglese significa letteralmente spostamento delle frequenze. La divisione infatti, tra i canali destro e sinistro, della massa di frequenze che dominano, ad esempio, lo spettro complessivo di una chitarra, porterà un beneficio immediato all’intelligibilità della chitarra stessa, che passerà oltremodo in primo piano, rispetto a tutti gli altri elementi del mix che non abbiano beneficiato del medesimo trattamento.

E’ utile dire allora che layering, frequency shifting, al pari di reverberi e delay, sono ingredienti fondamentali per quelli che in gergo tecnico vengono definiti come piani sonori. Per aiutare la comprensione del concetto di “piano sonoro” può essere utile fare un breve parallelismo fotografico.

Se ci poniamo dal punto di vista di un osservatore, pensiamo al nostro brano finito come ad un paesaggio. Ciò che vedremo sarà un insieme di dettagli in primo piano e sfumature in lontananza; luci ed ombre, colori nitidi e gradazioni, al pari di avvallamenti e creste montuose.

In tal senso dobbiamo immaginare che tutti gli “ingredienti” del nostro brano musicale siano anch’essi porzioni di paesaggio. Siano cioè essi stessi parti distinte di paesaggio, caratterizzate da precisi connotati, ma integrate nel più ampio contesto paesaggistico del brano musicale. Con la nostra immaginazione dovremo ricomporre un puzzle!

Ugualmente quando parliamo di chitarre, tastiere, batterie, voci, elementi che partecipino ad una stessa composizione musicale dovremmo pensarli, nella nostra mente, corredati sì di un relativo microcosmo sonoro, ma tale da essere essi stessi parte di un tutto più ampio, costituito proprio dal mix finale del brano.

Quindi l’utilizzo delle tecniche di layering, frequency shifting, piuttosto che riverberazioni, delay e quant’altro necessario al corretto svolgimento del blend sonoro (amalgama, miscela), dovrà tenere conto di questa interazione costante tra tutti gli elementi e l’unicità degli stessi.

La scelta, nell’impiego o meno di diversi riverberi che meglio possano tradurre profondità diverse, andrà effettuata oculatamente, al fine di ottenere un risultato piuttosto che un altro. A questo proposito vale la pena ricordare che tutti questi processori (riverberi), pur avendo parametri pressoché simili o identici, ne offrono alcuni che ci vengono in soccorso: uno tra tutti si chiama predelay.

Il predelay è un parametro “strano” per i musicisti; parametro che spesso tendono a tenere in scarsa considerazione, soprattutto in sede di pre-produzione (ndr, scherzando).

Scherzi a parte, il predelay è il parametro di un algoritmo di riverbero, il cui valore espresso in millisecondi, indica il tempo che intercorre tra l’arrivo del segnale audio al dispositivo di riverberazione e l’inizio del segnale riverberato vero e proprio (la forbice può variare secondo le specificità del riverbero).

Valori più bassi di questo parametro tendono ad aggiungere spazializzazione al riverbero, cioè ulteriore profondità di riverberazione; valori troppo alti, al contrario, possono indurre artefatti acustici non voluti o non necessari, generalmente poco graditi all’ascolto.

Conseguentemente, valori tra 0 e 30ms possono essere considerati al pari di prime riflessioni, quindi utili se ad esempio si voglia riprodurre un piccolo ambiente (small room, room, drum room o chamber). Valori compresi tra 30 e 100ms possono essere impiegati per “staccare” ulteriormente il soggetto riverberato dagli ascolti, aumentando sensibilmente la percezione di profondità dell’ambiente.

Quest’ultima impostazione può rivelarsi efficace qualora, in sede di mix, siano impegnate molte voci contemporaneamente e tutte quante necessitino di notevole intellegibilità.

Inoltre vale la pena sottolineare che riverberi diversi possono suggerire “caratteri” diversi, proponendo ambientazioni suggestive e specifiche. Possono cioè influenzare in modo unico i soggetti (principali o secondari) con cui vengano a contatto. Gli ingegneri di Presonus lo sanno bene!

Ma di questo e molto altro ancora ce ne occuperemo il prossimo appuntamento. Ciao a tutti!

Un po’ di glossario:
• In the box – ITB: letteralmente dentro alla scatola
• Layer, layering: letteralmente strato, stratificazione (termine tecnico molto usato nella grafica)
• Detuning: letteralmente sfasare, mettere fuori fase, guastare la sintonia (in genere indica una leggera modulazione del suono)
• Cabinet emulator: emulatore di amplificatore per chitarra o basso
• Perfect take: letteralmente indica la ripresa perfetta, sia in termini di intenzione, sia di esecuzione
• Mood: letteralmente indica l’umore o in senso lato la vena, l’influenza, l’ispirazione
• Frequency shifting: letteralmente spostamento delle frequenze
• GUI: abbreviazione per Graphic User Interface, ovvero Interfaccia Grafica Utente
• Re-amping: è un processo, spesso impiegato nei sistemi di registrazione multitraccia, in cui un segnale preregistrato viene indirizzato ad un sistema di processori esterni o unità multieffetto per essere processato e quindi nuovamente re-inidirizzato al registratore
• Blend: letteralmente miscela, amalgama, unione – in ambito musicale può indicare il processo di missaggio
• Small Room: letteralmente stanza piccola
• Room: letteralmente stanza
• Drum Room: letteralmente stanza per batteria
• Chamber: letteralmente camera, aula (da cui musica da camera – chamber music)

Dario Roscani per Midi Music e Presonus Music Education Italia

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